Dall’Italia alla Tasmania, le donne negli archivi dei manicomi
Luride, agitate, criminali. Intoxicated, quarrelsome, noisy, incoherent. In Italia e in Australia, a migliaia di chilometri di distanza, gli archivi dei manicomi femminili parlano una lingua sorprendentemente simile. Ancor prima che una donna abbia un nome, una storia, una famiglia, sappiamo che qualcuno l’ha trovata sporca, rumorosa, litigiosa, instabile, pericolosa. Sappiamo come appariva agli occhi dell’istituzione. Di lei, invece, sappiamo pochissimo.
Ho davanti a me due libri. Il primo è Luride, agitate, criminali. Un secolo di internamento femminile, pubblicato nel 2018 dalla storica Candida Carrino. Il secondo è Convict Lives. Female Convicts at the New Norfolk Asylum, curato da Dianne Snowden e Jane Harrington e pubblicato in Tasmania nel 2020, l’ho comprato mentre ero in visita lì. Raccontano luoghi e sistemi lontani. Da una parte i manicomi italiani, con una particolare attenzione agli istituti campani e all’archivio di Aversa. Dall’altra il manicomio di New Norfolk, cittadina della Tasmania, dove furono ricoverate numerose donne arrivate in Australia come detenute durante il periodo coloniale.
Accostati, questi due volumi raccontano il modo in cui una società stabilisce ciò che può accettare da una donna. Raccontano la linea, spesso sottile e mobile, che separava la sofferenza dalla colpa, la malattia dalla disobbedienza, il disagio psichico da un comportamento considerato sconveniente. E raccontano il potere enorme di chi poteva tracciare quella linea.
Candida Carrino ha lavorato sulle cartelle cliniche, sulle relazioni dei medici, sui rapporti di pubblica sicurezza, sulle lettere inviate dalle famiglie e su quelle scritte dalle stesse ricoverate. Le ragioni indicate nei documenti per giustificare l’internamento lasciano senza parole. Una donna si allontanava da casa. Gridava. Piangeva troppo. Manifestava gelosia. Aveva un carattere instabile. Si mostrava eccentrica. Trascurava il proprio aspetto. Rifiutava il ruolo di moglie o di madre. Esprimeva una sessualità giudicata disordinata. In altri casi la cartella registrava condizioni psichiatriche gravi, forme di depressione, delirio, demenza, disabilità cognitiva, dipendenza, trauma.
Ridurre tutte queste donne a vittime perfettamente sane rinchiuse soltanto perché ribelli sarebbe rassicurante e falso. La loro storia è molto più difficile da sostenere. Molte stavano realmente male. Alcune erano incapaci di prendersi cura di sé. Altre avevano conosciuto violenza, abbandono, gravidanze, lutti, fame e una povertà estrema. La medicina del tempo disponeva di conoscenze e strumenti limitati. Le famiglie, a loro volta, potevano trovarsi sole davanti a sofferenze che non sapevano comprendere né gestire.
Tutto questo, però, avveniva dentro una cultura che aveva già deciso come dovesse essere una donna rispettabile. Docile, fedele, materna, laboriosa, pulita, sessualmente controllata. Capace di sopportare. Una donna poteva soffrire, purché lo facesse senza disturbare l’ordine familiare. Poteva essere infelice, purché continuasse a svolgere il proprio compito. Quando il dolore diventava visibile, rumoroso, ingestibile, poteva essere interpretato come una frattura della mente e insieme della morale.
Anche le parole apparentemente più descrittive contenevano un giudizio. “Agitata” registra un comportamento, ma non spiega che cosa lo abbia provocato. “Litigiosa” non ci dice per che cosa quella donna stesse litigando. “Piena di rimostranze” non ci permette di sapere se avesse ragione. “Lurida” descrive lo stato del corpo cancellando la povertà, la depressione, l’abbandono e le condizioni in cui quel corpo era stato costretto a vivere.
Nel manicomio di New Norfolk il giudizio psichiatrico si sovrapponeva a quello penale e coloniale. Le donne raccontate in Convict Lives erano state condannate in Gran Bretagna o in Irlanda, deportate in Australia e inserite in un sistema fondato sul lavoro coatto, sulla disciplina e sulla sorveglianza. Alcune avevano commesso reati minori legati alla sopravvivenza. Altre avevano già vissuto nei ricoveri per poveri. Molte avevano affrontato separazioni, violenze e viaggi durissimi. Quando arrivavano in manicomio portavano addosso una successione di condanne. Erano donne, povere, detenute e infine pazze.
Nel 1859 i responsabili dell’istituto descrivevano gran parte delle pazienti provenienti dalla popolazione detenuta come figlie di genitori malati, cresciute nella miseria e nel vizio, indebolite da una vita di dissolutezza e crimine. Il verdetto coinvolgeva l’intera persona e si estendeva all’indietro, fino alla famiglia d’origine. La diagnosi diventava una biografia già scritta. Povertà, discendenza, condotta sessuale e malattia si stringevano in un’unica spiegazione. La donna veniva presentata come il risultato inevitabile di un’esistenza moralmente guasta.
Gli autori di Convict Lives hanno riaperto quelle vite servendosi di registri, documenti giudiziari, cartelle mediche e ricerche genealogiche. Dietro categorie come mania, monomania e amentia hanno cercato famiglie, figli, spostamenti, ricoveri ripetuti, periodi di libertà, trattamenti e morti. Hanno ricostruito donne che l’archivio aveva ridotto alla loro condizione nel momento dell’ingresso.
Questo lavoro pone anche un problema antropologico. Ogni società costruisce un’immagine della normalità e la presenta come naturale. Intorno a quell’immagine organizza ruoli, gerarchie, premi e punizioni. Nell’Ottocento europeo e coloniale, la salute mentale di una donna veniva valutata anche sulla base della sua capacità di aderire all’ordine sociale. La famiglia rappresentava il luogo privilegiato della rispettabilità femminile. Chi non riusciva a starvi dentro diventava difficile da collocare altrove.
Il manicomio raccoglieva così persone molto diverse. Donne con gravi patologie psichiatriche. Donne anziane senza mezzi. Donne traumatizzate. Donne respinte dalle famiglie. Donne violente e donne che avevano subito violenza. Donne con disabilità. Donne che bevevano. Donne che vagavano. Donne che parlavano troppo, urlavano, si spogliavano, bestemmiavano, rifiutavano il lavoro domestico o rivendicavano una libertà sessuale che la società riconosceva agli uomini e puniva nelle donne.
La povertà decideva molto. Una famiglia ricca poteva nascondere il disagio, pagare cure private, affidare una donna a personale domestico o relegarla in una parte della casa. Una famiglia povera aveva margini molto più stretti. Il manicomio offriva una risposta istituzionale a problemi sanitari, economici e familiari che finivano per essere raccolti sotto la stessa etichetta.
Anche la psicologia del ricovero merita attenzione. Una persona privata della libertà, separata dai figli, sottoposta a regole rigide e osservata in ogni gesto poteva reagire con rabbia, opposizione, silenzio o disperazione. Quelle reazioni entravano poi nella cartella e confermavano la diagnosi. La protesta diventava agitazione. Il tentativo di fuggire dimostrava pericolosità. Il rifiuto di collaborare veniva letto come ostinazione patologica. La permanenza nell’istituto produceva comportamenti che l’istituto stesso utilizzava per legittimare la permanenza.
Le lettere delle ricoverate aprono una crepa dentro questo sistema. Chiedono di tornare a casa, di rivedere i figli, di ricevere abiti, denaro o notizie. Contestano ciò che i medici hanno scritto. Cercano una persona disposta ad ascoltarle. A volte mostrano confusione e sofferenza profonda. Altre volte possiedono una lucidità dolorosa. In entrambi i casi ci restituiscono la distanza fra essere descritte e potersi raccontare.
Quel diritto alla narrazione era distribuito in modo profondamente diseguale. Il medico scriveva. La polizia scriveva. Il marito scriveva. Il padre scriveva. La donna veniva scritta. Perfino quando parlava, le sue parole arrivavano spesso filtrate da chi compilava la cartella. Il documento che oggi consultiamo conserva più fedelmente la logica dell’istituzione che l’esperienza della persona rinchiusa.
Leggere insieme questi due libri mi ha fatta interrogare sul rapporto fra follia e potere. La malattia mentale esiste, produce sofferenza e richiede cura. Anche la diagnosi, però, nasce dentro una cultura, in un determinato momento storico, e viene formulata da persone che condividono idee, paure e pregiudizi del proprio tempo. Nel caso delle donne, il confine fra valutazione clinica e giudizio morale è stato a lungo particolarmente fragile.
Oggi disponiamo di conoscenze, tutele e linguaggi diversi. I manicomi italiani sono stati chiusi. Sarebbe improprio stabilire un’equivalenza diretta tra quel sistema e la salute mentale contemporanea. Restano, però, alcune abitudini dello sguardo. Una donna arrabbiata diventa facilmente isterica. Una donna che protesta è aggressiva. Una donna emotiva è instabile. Una donna che non riesce più a sostenere il carico della famiglia viene giudicata fragile, disorganizzata, inadeguata. Continuiamo a osservare le reazioni femminili separandole dalle condizioni che le hanno prodotte.
La domanda lasciata da questi archivi riguarda anche noi. Quando una donna grida, vediamo soltanto il grido o cerchiamo ciò che lo ha preceduto? Quando appare confusa, ci domandiamo quale dolore stia tentando di articolare? Quando la definiamo difficile, stiamo descrivendo lei o la difficoltà che proviamo nel concederle spazio, ascolto e credibilità?
Le donne di Aversa e quelle di New Norfolk hanno vissuto vite diverse. La storia le ha riunite in una lingua fatta di aggettivi. Luride, agitate, criminali, rumorose, litigiose, incoerenti. Leggere oggi i loro nomi significa sottrarle, almeno per un momento, a quelle parole. Significa restituire complessità alle loro vite e riconoscere il meccanismo con cui una società può trasformare il disagio in devianza, la vulnerabilità in colpa e una voce scomoda in un sintomo.
Manuela Rispoli