Rileggere oggi Le italiane si confessano di Gabriella Parca produce un disagio difficile da liquidare con la distanza storica. Quelle voci arrivano dall’Italia degli anni Cinquanta, da un mondo che ci appare remoto per leggi, costumi, rapporti familiari e possibilità concesse alle donne. Eppure, pagina dopo pagina, la distanza si accorcia. Cambiano le parole, cambiano le forme del controllo, cambiano le possibilità di scelta. Rimane sorprendentemente riconoscibile il lungo apprendistato femminile al giudizio degli altri.

Il libro nasce da un materiale apparentemente marginale: la posta delle lettrici. Parca lavorava per Luna Park e Polvere di stelle, due settimanali a fumetti, e in tre anni ricevette circa ottomila lettere. Ne selezionò quasi trecento per costruire il libro, pubblicato nel 1959. A scrivere erano soprattutto ragazze e donne della piccola borghesia e delle classi popolari: operaie, contadine, casalinghe, studentesse.

Quelle donne stanno inconsapevolmente scrivendo la storia della condizione femminile italiana. Non sanno di esserne testimoni. Non possiedno ancora, nella maggior parte dei casi, un vocabolario politico attraverso il quale interpretare ciò che accade loro. Parlano di fidanzati, matrimoni, verginità, famiglie, desideri, paure. Chiedono se hanno sbagliato, se sono ancora degne di essere amate, se un uomo le sposerà, se ciò che sentono è normale. Proprio questa inconsapevolezza conferisce alle lettere una forza documentaria straordinaria.

La politica entra nel libro prima che molte delle donne che vi compaiono sappiano di fare esperienza della politica.

Parca mette le lettere una accanto all’altra e, attraverso questa accumulazione, il problema individuale cambia natura. Una ragazza che teme di non essere più “pura” può pensare che la propria angoscia appartenga soltanto a lei. Centinaia di ragazze tormentate dalla stessa paura rivelano l’esistenza di un sistema. La ripetizione trasforma la confessione in prova.

Il corpo femminile emerge allora come un territorio sottoposto a una sorveglianza impressionante. La verginità assume un valore che supera la sessualità e investe l’intera identità sociale della donna. Una ragazza teme di averla perduta durante un gioco infantile perché i futuri suoceri vorranno la “prova” dopo il matrimonio. Un’altra viene lasciata dal fidanzato perché durante il primo rapporto non ha sanguinato. Parca individua nella verginità uno dei cardini dell’ordine patriarcale: qualcosa che la donna deve custodire come se appartenesse, in ultima istanza, all’uomo al quale sarà destinata.

Leggere queste pagine oggi può provocare una tentazione consolatoria: considerarci finalmente lontane da quel mondo. Sarebbe una conclusione troppo semplice.

La questione più interessante riguarda ciò che accade quando le forme esplicite del controllo si indeboliscono, mentre sopravvive l’abitudine femminile a osservarsi attraverso uno sguardo esterno. Le giovani donne raccontate da Parca devono essere vergini, rispettabili, desiderabili nella misura consentita, obbedienti senza apparire infelici. Le donne contemporanee abitano certamente un orizzonte di libertà enormemente più vasto. Possono studiare, lavorare, scegliere un partner, lasciarlo, vivere sole, decidere della propria sessualità. Tuttavia la domanda sul proprio valore continua spesso a passare attraverso il corpo, la desiderabilità, l’approvazione, la capacità di aderire a modelli che si presentano come scelte individuali.

Le italiane si confessano ci obbliga a riflettere sulla differenza tra avere una libertà e sentirsi autorizzate a esercitarla.

Molte delle donne che scrivono a Parca raccontano esperienze che oggi riconosciamo immediatamente come violenze sessuali. Loro, spesso, non le chiamano così. Una ragazza di diciotto anni, prossima al matrimonio, racconta una violenza subita anni prima da un uomo più grande e ne porta addosso la vergogna: teme di non essere degna dell’uomo che sta per sposare perché lui meriterebbe una “vera vergine”.

Questo scarto linguistico è sconvolgente. Rivela quanto profondamente il linguaggio condizioni la possibilità di comprendere la propria esperienza. Se una società non ti offre le parole per riconoscere una violenza, puoi finire per interpretarla come una tua colpa. Se non possiedi una categoria attraverso cui nominare un’ingiustizia, quella stessa ingiustizia rischia di essere vissuta come destino.

La conquista delle parole appartiene dunque alla storia dell’emancipazione quanto la conquista dei diritti.

Parca lo comprende con grande anticipo. La sua operazione editoriale sottrae esperienze privatissime alla loro solitudine e le rende leggibili insieme. Non corregge la voce delle donne fino a renderla più presentabile. Lascia emergere contraddizioni, ingenuità, paura, desiderio. Da quelle lettere prende forma un’Italia nella quale la morale sessuale è profondamente asimmetrica e la rispettabilità femminile costituisce un capitale fragile, continuamente esposto al giudizio familiare e sociale.

La successiva traiettoria di Gabriella Parca rende ancora più significativo questo lavoro. Negli anni Sessanta avrebbe rivolto lo sguardo agli uomini con I sultani. Mentalità e comportamento del maschio italiano, un’inchiesta condotta insieme a Maria Luisa Piazza su 1.018 uomini di diversa provenienza geografica e sociale. Le interviste rivelavano una doppia morale radicata: fedeltà e verginità richieste alle donne, libertà assai maggiore concessa agli uomini, insieme a una diffusa separazione tra sessualità e sentimento.

Il percorso iniziato con le lettere, però, avrebbe prodotto anche qualcosa di più concreto.

Rispondendo alle lettrici, Parca si accorse che molte sentivano il bisogno di incontrarsi e parlare con altre donne, senza affidare necessariamente la propria esperienza all’autorità di un esperto. Da questa intuizione nacque, insieme a Erika Kaufmann, il Centro Problemi Donna, aperto a Milano nel 1973: uno dei primi consultori laici e autogestiti, dedicato all’ascolto, alla sessualità, alla contraccezione, all’aborto e all’autodeterminazione femminile.

La traiettoria è straordinaria: una donna scrive da sola una lettera che forse nasconde alla famiglia; quella lettera raggiunge altre lettere; le lettere diventano un libro; il libro rende visibile una condizione condivisa; il bisogno di essere ascoltate diventa infine uno spazio fisico nel quale le donne possono incontrarsi.

Dalla confessione alla relazione. Dalla vergogna alla parola pubblica.

Anche il titolo merita attenzione. Le italiane si confessano appartiene pienamente al tempo in cui il libro fu concepito. “Confessarsi” presuppone qualcosa da rivelare, forse qualcosa di cui vergognarsi. Evoca il peccato, il segreto, l’autorità di qualcuno che ascolta e giudica o assolve. Queste donne sembrano avere interiorizzato l’idea che persino i propri desideri debbano essere sottoposti a un tribunale.

Eppure, raccolte insieme, le confessioni finiscono per rovesciare il rapporto tra chi giudica e chi è giudicato. Sotto osservazione non sono più soltanto le ragazze che hanno avuto un rapporto sessuale, che desiderano lavorare, che amano l’uomo “sbagliato” o che cercano di sottrarsi alle aspettative familiari. A essere messa sotto esame è la società che ha insegnato loro a sentirsi colpevoli.

Per chi vive lontano dall’Italia, questa lettura acquista una sfumatura ulteriore. La distanza geografica produce talvolta l’illusione di una distanza culturale altrettanto netta. Emigrare, vivere altrove, attraversare lingue e modelli sociali diversi può renderci più consapevoli delle convenzioni dentro le quali siamo cresciute. Alcune, però, viaggiano con noi. Le portiamo nei modi in cui educhiamo, amiamo, giudichiamo noi stesse e le altre donne, nelle aspettative che ereditiamo dalle nostre famiglie e in quelle che, magari inconsapevolmente, trasmettiamo.

Per questo leggere Parca dall’Australia significa anche interrogare la memoria culturale che accompagna una comunità oltre i confini nazionali. Che cosa abbiamo lasciato davvero alle nostre spalle? Che cosa abbiamo trasformato? Che cosa continuiamo a tramandare sotto forme più discrete?

La nuova edizione pubblicata da Nottetempo nel 2023, con una prefazione di Chiara Tagliaferri, ha restituito alla circolazione un testo rimasto a lungo fuori catalogo. La sua ripubblicazione ha un valore che supera il recupero editoriale di un classico del femminismo italiano. Rimette a disposizione una genealogia.

Le libertà di cui oggi disponiamo hanno una storia, e quella storia contiene anche migliaia di donne senza nome che un giorno presero carta e penna e raccontarono a una sconosciuta qualcosa che non riuscivano a dire a nessun altro.

Questo, alla fine, è ciò che resta più profondamente dopo la lettura di Le italiane si confessano: la consapevolezza che il silenzio non coincide necessariamente con l’assenza di una voce. A volte la voce esiste già, cerca soltanto un luogo nel quale possa essere ascoltata.

Gabriella Parca quel luogo seppe costruirlo.

E ascoltando quelle donne senza trasformarle in eccezioni, comprese qualcosa che avrebbe attraversato il femminismo degli anni successivi: quando una sofferenza si ripete in migliaia di vite, smette di poter essere spiegata come un fallimento personale. Diventa una domanda rivolta alla società.

Sessantasette anni dopo la prima pubblicazione, è ancora una domanda alla quale vale la pena rispondere.

Manuela Rispoli