C’è una linea sotterranea nella storia della scrittura che raramente viene raccontata con la stessa attenzione riservata ai grandi autori, ai romanzi canonici, alle opere che “fanno letteratura” nel senso tradizionale del termine. È la linea della scrittura diaristica femminile. Una costellazione frammentata di quaderni, lettere, appunti, memorie, spesso nati in spazi domestici, in tempi rubati, in condizioni di marginalità.
Una scrittura che non nasce per essere letta, e proprio per questo, paradossalmente, è tra le più autentiche che abbiamo.
Le donne, per secoli, hanno scritto senza sapere se qualcuno le avrebbe mai ascoltate. Hanno scritto per resistere, per ricordare, per non scomparire. In questa pratica c’è qualcosa di profondamente politico, anche quando non si nomina come
tale: è un atto di esistenza. Dire “io sono stata qui”. Dire “questa è la mia vita”. Senza mediazioni, senza filtri, senza il bisogno di rientrare in una forma riconosciuta.
Gnanca na busia di Clelia Marchi si inserisce pienamente in questa tradizione, ma allo stesso tempo la spinge oltre e la cristallizza in un gesto che è insieme semplice e radicale. Clelia non ha scelto una pagina bianca per scrivere, lo ha fatto su un lenzuolo. E questo dettaglio che potrebbe sembrare solo un fatto curioso, è invece profondamente significativo. Il lenzuolo è ciò che copre, che protegge, che accompagna il corpo. È intimità, è casa, è quotidiano. Trasformarlo in pagina
significa trasformare la vita stessa in archivio.
E questo archivio oggi esiste davvero, in un luogo preciso: l’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. Un posto che, a pensarci bene, è quasi un contro- monumento. Non celebra i grandi eventi, ma raccoglie le vite ordinarie. Custodisce storie che altrimenti si perderebbero. È un luogo in cui la memoria è fatta di scrittura, di inchiostro, di voci fragili e potentissime allo stesso tempo. Il lenzuolo di Clelia Marchi è lì, conservato non come un oggetto curioso, ma come testimonianza. Come traccia.
Io questo libro non l’ho incontrato per caso. L’ho incontrato attraverso la professoressa Alice Loda, ricercatrice che si occupa proprio di scrittura femminile, cara amica della NIAWA, che per la NIAWA ha recentemente tenuto un workshop di
scrittura. È stato uno di quei momenti in cui la teoria si intreccia con la pratica, e la pratica con la vita. Un esercizio di ascolto, di attenzione e di responsabilità verso le storie.
E forse è proprio questo il punto: imparare a riconoscere l’importanza delle storie che non sembrano importanti. Gnanca na busia non cerca di dimostrare niente. Eppure resta. Ti rimane addosso in un modo persistente. Come certe cose che
capisci solo dopo, quando ci torni sopra.
La vita di Clelia Marchi, se la guardiamo con i criteri abituali, potrebbe sembrare “piccola”. È la vita di una donna contadina, fatta di lavoro, famiglia, perdita, fatica. Non c’è niente che rientri nei parametri dell’eccezionalità. Eppure è proprio qui che
succede qualcosa di fondamentale.
Perché quelle che chiamiamo “storie piccole” non sono affatto piccole. Siamo noi che non abbiamo gli strumenti per riconoscerle. Siamo abituati a cercare il grande evento, la rottura, l’eroismo visibile. Ma la storia – quella vera – si costruisce altrove. Si costruisce nella ripetizione, nella cura, nella resistenza quotidiana. Sono le vite delle generazioni invisibili. Quelle che non entrano nei manuali, che non hanno un nome da ricordare, che non vengono celebrate. Eppure sono loro a
sostenere tutto. Sono come granelli di sabbia che accumulandosi, depositandosi, stratificandosi, diventano terra, diventano paesaggio, diventano storia.
Clelia Marchi non sta solo raccontando se stessa. Sta contribuendo a una stratificazione più grande. Sta dicendo: anche questa vita conta. Anche questa esperienza ha diritto di esistere nella memoria collettiva. E lo fa senza retorica.
Senza costruzione letteraria. Senza cercare una forma che la renda “degna”. Scrive come può, come sa, come sente. E in questo c’è una libertà che è rarissima. Leggere Gnanca na busia significa anche confrontarsi con una scrittura che ti mette
davanti a una voce. E sta a te decidere cosa farne. Io, personalmente, ci ho trovato una specie di invito a rallentare. A riconsiderare cosa considero “importante”. E allo stesso tempo ho sentito una responsabilità. Perché leggere queste storie significa anche farsene carico, in qualche modo. Non lasciarle cadere di nuovo nel silenzio.
C’è qualcosa di filosofico in tutto questo, una riflessione sul tempo, sulla memoria, su cosa resta. Su cosa scegliamo di conservare e cosa invece lasciamo andare. Il gesto di Clelia Marchi, scrivere su un lenzuolo, è, in fondo, un gesto contro l’oblio. È un modo per dire: questa vita non si cancella. E il fatto che oggi quel lenzuolo sia conservato in un archivio trasforma qualcosa di intimo in qualcosa di condiviso, senza tradirne l’origine.
Ed è qui che sta la forza del libro: nel suo stare in bilico tra il personale e il collettivo, tra il marginale e il centrale, tra il silenzio e la voce. Non è un libro che si “consiglia” nel senso classico. È un libro che si incontra. E quando lo incontri, ti costringe con delicatezza, ma senza scampo, a rivedere le tue categorie.
A chiederti cosa significa davvero raccontare una vita. E soprattutto: quali vite meritano di essere raccontate.
Tutte.
Manuela Rispoli